Backrooms
Quando i non-luoghi diventano il teatro delle nostre nevrosi
Scheda Regia — Kane Pearson Anno — 2026 Voto — ★★★★☆
Kane Pearson ha sedici anni quando si appassiona alle creepypasta — quei brevi racconti horror e leggende metropolitane nati e diffusi su internet tramite forum, blog e social. È in quel momento che decide di imparare a usare Blender e comincia a creare immagini e video del filone noto come Backrooms: ambienti riconducibili a uffici o, più in generale, a non-luoghi leggermente distorti rispetto alla realtà, con imperfezioni o elementi impossibili che li rendono profondamente inquietanti.
Il successo dei suoi corti su YouTube fa sì che Pearson venga contattato da A24, che gli propone di realizzare un film. Pearson ha appena vent’anni e, saggiamente, si fa aiutare: dallo sceneggiatore Will Soodik — noto per serie come Homeland e Westworld — e da due produttori che di horror ne sanno qualcosa, James Wan1 e Ozgood Perkins2. Il risultato è Backrooms, costato 10 milioni di dollari e capace di incassarne, al momento in cui scrivo, 220 nel mondo3.
Pearson porta con sé un vantaggio non trascurabile: è figlio di un esperto di VFX che lavora nell’industria dei videogiochi e di una psicoterapeuta. I genitori si sono separati quando aveva sette anni. Tenete a mente questo dettaglio: serve per dare al film la giusta lettura.
I non-luoghi come spazio del trauma
Backrooms lavora su un tipo di inquietudine che affonda le radici nel nostro vissuto. La sensazione di stranietà che generano le backrooms è direttamente connessa al concetto di non-luogo, teorizzato dall’antropologo francese Marc Augé nel 1992: spazi di utilizzo transitorio, pubblico e impersonale — aeroporti, parcheggi, centri commerciali, stazioni — utilizzati in assenza di appropriazione psicologica. Luoghi che attraversiamo senza abitare.
La domanda che il film si pone, in modo implicito ma efficace, è: cosa succede se a questi non-luoghi assegniamo un’appropriazione psicologica?
L’idea vincente di Pearson sta proprio qui: le backrooms non sono semplici scenari horror, ma spazi espressivi delle nevrosi e dei traumi. A luoghi che per definizione non dovrebbero avere significato, il film assegna un peso psicologico preciso. Le backrooms diventano così l’espressione distorta e disallineata delle criticità interiori dell’umanità. Sono inquietanti proprio per la loro duplicità: le riconosciamo (chi non è mai stato in un ufficio o in un aeroporto?) ma al tempo stesso ci sono estranee. Architettura del disagio contemporaneo.
I personaggi come specchi
I due protagonisti portano questa logica sul piano narrativo. Clark è un uomo che tende all’alcolismo senza rendersene conto, la cui crisi nasce da una frattura tra ciò che è e ciò che la società vorrebbe che fosse — il classico conflitto tra Sé Reale e Sé Ideale, quella discrepanza che genera tristezza, insoddisfazione e sconforto. Mary, la sua psicologa, è una donna con traumi irrisolti legati al rapporto con la madre.
Backrooms è, in fondo, un film sulla riconquista di sé. Un percorso psicologico che rispecchia quello che l’uomo contemporaneo è chiamato ad affrontare.
Perché funziona davvero
Il film non si accontenta di spaventare. Costruisce un immaginario direttamente collegato alle nevrosi del presente e questo è il suo pregio maggiore. Una volta usciti dalla sala, un parcheggio vuoto, una stanza allestita per una festa di compleanno, la sala cinematografica stessa assumono improvvisamente dimensioni più inquietanti.
Backrooms ha il pregio raro di uscire dallo schermo e restare attaccato alle nostre vite, perché trova il suo senso più profondo nella quotidianità — nelle sue sfumature orrorifiche che tendiamo a nascondere a noi stessi ma che, inevitabilmente, si ripresentano in forme sempre più aggressive. Magari tra le pareti di un ufficio.
Mai stato un grande fan di Wan. Gli va riconosciuto un grande successo nel genere horror, suoi sono Saw - L’enigmista e The Conjuring. Ma anche i vari Fast & Furious 7, Acquaman e il relativo sequel.
Perkins, invece, mi convince molto di più perché da qualche anno sta cercando di costruire un cinema più personale, persino coraggioso. Tra le sue ultime cose, tutte diverse eppure molto interessanti, ci sono Longlegs, The Monkey e Keeper - L’eletta.
Curioso che, al momento, i due più grandi successi al botteghino siano due film horror con velleità indipendenti. Uno è Backrooms, l’altro è Obsession di Curry Barker, altro cineasta giovanissimo nato anch’egli su Youtube. Questo è un elemento su cui, necessariamente, dovranno essere fatte delle riflessioni per capire dove sta andando il cinema.





