Disclosure Day
Il cinema di Spielberg come atto di fede e meraviglia
Regia — Steven Spielberg Anno — 2026 Voto — ★★★½☆
Ho visto l’ultimo film di Steven Spielberg. Poi, scrollando sui social, mi sono stupito ancora una volta della distanza tra me e un certo tipo di pubblico. Il motivo non è edonistico, sia chiaro, ma chi ha seguito con la dovuta profondità il percorso di Spielberg non può non trovare una coerenza e una profondità direttamente connessa alla poetica del regista.
Lungi da me esaltare la poetica degli autori (ma poi perché? Qual è il problema con questo approccio?), ma davvero Disclosure Day rappresenta un cerchio che si chiude.
La trama in breve
La storia inizia in media res: Daniel (Josh O’Connor) fugge. Ha rubato qualcosa di importante, dati segreti che vuole rivelare al mondo. Assieme a lui c’è Jane, che ama, ormai irrimediabilmente coinvolta in questa fuga senza speranza. Sono inseguiti da un’agenzia segreta, la Wardex, il cui CEO è una persona spietata e senza scrupoli di nome Noah (Colin Firth).
Contemporaneamente, la meteorologa Margaret comincia a parlare lingue straniere fluentemente e, soprattutto, parla una lingua incomprensibile, aliena. Lei “sente” di doversi riconnettere a Daniel. Sullo sfondo, il mondo è sull’orlo della Terza guerra mondiale.
È vero, uno dei limiti del film è proprio narrativo, nel senso che soffre certe leggerezze e ingenuità che poco si addicono alla materia della pellicola, al suo ruolo all’interno della filmografia spielberghiana. Ma la maestria registica di Spielberg attenua quei limiti e, più in generale, Disclosure Day non smette mai di essere centrato sul suo obiettivo: ricollegarsi a un discorso che il regista ha iniziato cinquant’anni fa e restituire al mondo un’opera che sia funzionalmente ottimista.
I cardini di Disclosure Day: Sguardo, Parola, Alieni
Lo sguardo
C’è lo sguardo. Chi vive nel film usa lo sguardo per percepire gli altri e il mondo, proprio come noi, solo che nel film il concetto di sguardo è sempre messo alla prova, sotto pressione, ripensato.
Il controllo: Noah assume il controllo di altre persone tramite un artefatto alieno. E il primo sintomo di questo processo è negli occhi, che cambiano colore.
La resistenza: Margaret, invece, fa l’opposto: in una sequenza in cui il loro gruppo pare essere messo alle corde, nega la visione ai nemici.
Lo sguardo, quindi, non è infallibile in Spielberg, ma è soggetto a mutazioni e inganni perpetui.
La Parola
C’è poi la parola. Il concetto di comunicazione viene declinato in varie forme e, da questo punto di vista, la figura di Margaret diventa centrale.
All’inizio del film comunica le previsioni del tempo e lo fa con la parola, sfruttando lo sguardo di milioni di persone concentrato su un’unica immagine, quella della televisione. Ma, con la rivelazione che dà vita alla sua avventura, Margaret diventa colei che parla tutte le lingue, che supera il limite stesso del linguaggio e che non ha bisogno della parola per leggere nella mente della gente. Con le parole, semmai, trasforma il loro sguardo.
In Disclosure Day, insomma, c’è una frattura tra sguardo e parola che, a ben pensarci, è alla base di tutto il cinema spielberghiano.
L’Alieno come allegoria
E poi c’è il discorso legato agli alieni, una costante nel cinema di Spielberg, che assumono sempre di più un ruolo allegorico e strumentale. Sono sempre stati, e lo sono ancor di più in questo film, un elemento altro che influisce sull’uomo, costringendolo a confrontarsi con il vuoto esistenziale e fare i conti, incessantemente e inevitabilmente, con sé stessi.
Absolute cinema
C’è poi il cinema. Qui, Spielberg dimostra di riuscire a gestire e a creare momenti cinematografici straordinari al netto dei limiti narrativi della sceneggiatura. Sono tante le sequenze in cui il regista di Cincinnati dimostra, ancora una volta, di essere tra i piani importanti nel cinema moderno: la sequenza in cui Noah si “impossessa” di Jane. O quella, tutta giocata su un montaggio teso di derivazione hitchcockiana, del tentativo di uccidere la coppia di protagonisti facendoli scontrare contro un treno in corsa.
Un atto di fiducia (nonostante tutto)
Il film, realizzato in un momento di grande tensione internazionale — che segue un periodo complesso come quello della pandemia globale, che vede fronti di guerra sempre più numerosi e atroci, dove i singoli Paesi si stanno sempre più chiudendo su sé stessi e soprattutto dove gli stessi USA stanno vivendo uno dei momenti più delicati della loro storia, in cui la democrazia e la libertà paiono essere sempre più fragili — diventa un atto di fiducia nei confronti dell’umanità.Un sussurro d’amore, un incoraggiamento a credere nell’uomo e nel futuro. Nonostante tutto.
È un film straordinario, che si ricollega certamente a Incontri ravvicinati del terzo tipo, ma anche a E.T. - L’extraterrestre, così come a opere più storiche come The Fabelmans o War Horse, sempre tesi verso una rappresentazione del mondo e della Storia filtrata dal desiderio fiabesco e positivo del racconto e, naturalmente, del cinema.
Il fatto che Disclosure Day non sia stato capito e inquadrato sotto questa luce è un gran peccato, perché indica una difficoltà a comprendere davvero il vero senso della meraviglia e della fede che attraversa il cinema irripetibile di Steven Spielberg.






"uno dei limiti del film è proprio narrativo, nel senso che soffre certe leggerezze e ingenuità che poco si addicono alla materia della pellicola" come hai ben scritto tu, se si accetta questa premessa, il film è una bellezza, un caleidoscopio di meta-narrazione e arte cinematografica (con l'aggiunta, non poco rilevante, che è fantascienza, quindi un film di genere).
Sinceramente ogni critica al film in cui mi sono imbattuto era conseguenza del rifiuto di quell'ingenuità. "Perché non hanno messo tutto su youtube?" "perché nessuno dubita di quello che vede, visto che un video del genere può farlo qualsiasi IA?" ma soprattutto "perché alla gente gliene dovrebbe fregare qualcosa, in un epoca in cui un gatto che salta un fosso fa più like di un annuncio di guerra"?